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Con un romanzo su un’amicizia che si trasforma
in odio covato per una vita intera ("Le Braci"), lo scrittore
ungherese Sàndor Màrai, nato nel 1900 e morto suicida
nel 1989, divenne, nell’estate del 1998, il caso letterario dell’estate.
Egli è tuttora nelle classifiche dei libri più venduti.
Nel periodo tra le due guerre, egli era stato un autore assai popolare,
anche se sottovalutato da un punto di vista letterario. Pochi sapevano che Màrai è vissuto a
lungo anche in Italia. E che la sua esistenza è un contraddittorio
intreccio di fortuna e tragedia, strettamente legato alle vicende politiche
dell’Ungheria. Nella città partenopea Màrai visse per quattro anni, dal 1948 al 1952, in totale isolamento. Non solo egli temeva di cadere vittime dei servizi segreti dell’Est, data la sua enorme fama nell’Ungheria degli anni Trenta e Quaranta, ma egli era schivo per natura e non amava le frequentazioni mondane e intellettuali. Non fu tuttavia estraneo alla cerchia di Benedetto Croce, che avrebbe poi accolto un altro esule dell’Est, lo scrittore polacco Gustaw Herling. L'isolamento non gli impedì di amare profondamente la città, che gli ispirò persino un romanzo, "Il sangue di San Gennaro", vivida descrizione di una società che finì per affascinarlo e che rimpianse quando si trasferì a New York per stare vicino al figlio adottivo Jànos, un orfanello trovato nel 1945 fra le macerie di Budapest distrutta dalla battaglia finale con i tedeschi in rotta. "Il Sangue di San Gennaro" fu pubblicato
in Germania “a spese dell’autore”, triste formula
per uno scrittore che aveva venduto libri a centinaia di migliaia in
patria e nei territori di lingua ungherese. Màrai intratteneva
con la Germania rapporti di lavoro. Per garantirsi un minimo di reddito,
essendogli precluso il godimento dei diritti dei tanti romanzi di successo
che aveva scritto, collaborava con l'emittente di Monaco di Baviera
Radio Europa libera producendo pezzi giornalistici. Inoltre una riduzione
televisiva di "Le candele che si consumano fino in fondo"
(titolo originale di "Le braci") fu prodotta nel 1967 per
la televisione tedesca-occidentale. Spari' così , nel più totale anonimato, uno scrittore famosissimo nella Grande Ungheria, un territorio linguistico e culturale ben più vasto dei confini internazionali dell’odierno stato magiaro, che costituiva "magna pars" della intera Mitteleuropa, insieme con l’Austria. Con lui sembrava dovesse scomparire un mondo. E invece, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 (Màrai si era suicidato qualche mese prima), la sua fama inizio' già a ricostituirsi, dopo quarant’anni di silenzio e di libri all’indice, Il primo “scopritore” fu un archivista della biblioteca Szèchenyi, Istvàn Fried. Uomo coltissimo, tenuto lontano della cattedra per le sue idee eterodosse, nei lunghi anni trascorsi a contatto con i libri, anche quelli “reclusi” nei reparti proibiti, venne in contatto con l’immensa opera di Màrai, rimanendone affascinato, Salito in cattedra, insegna attualmente letteratura comparata all’università di Szeged. Egli diffuse, prima con le lezioni ai suoi allievi,
poi con articoli e saggi, la “notizia” dell’esistenza
di un grande scrittore ungherese preso tra le nebbie del tempo e dell’ideologia.
Da qui alla ripubblicazione il passo fubreve. (Estratto da un articolo di Gianni Caroli) |
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