Sàndor Màrai

Con un romanzo su un’amicizia che si trasforma in odio covato per una vita intera ("Le Braci"), lo scrittore ungherese Sàndor Màrai, nato nel 1900 e morto suicida nel 1989, divenne, nell’estate del 1998, il caso letterario dell’estate. Egli è tuttora nelle classifiche dei libri più venduti. Nel periodo tra le due guerre, egli era stato un autore assai popolare, anche se sottovalutato da un punto di vista letterario.
Dopo la presa del potere, in Ungheria, da parte di comunisti, arrivarono per lui gli anni dell’esilio e di una lunga, malinconica eclissi. Ci volle la casa editrice italiana Adelphi (che ne ha acquistato anche i diritti cinematografici per tutti i paesi d’Europa) per tirarlo fuori dal dimenticatoio ed imporlo al grande pubblico.
Ora si attende la pubblicazione, a cadenze regolari, dell’intera opera del romanziere ungherese.

Pochi sapevano che Màrai è vissuto a lungo anche in Italia. E che la sua esistenza è un contraddittorio intreccio di fortuna e tragedia, strettamente legato alle vicende politiche dell’Ungheria.
In Italia, da esule, arrivò nel 1948. Si rifugiò a Napoli, accolto dallo zio della moglie, responsabile dell’Iro, l’organizzazione internazionale dei rifugiati, con sede a Bagnoli. L’Iro , era stata messa in piedi dagli americani per accogliere i profughi che giungevano in grande quantità dai paesi dell’Est caduti sotto il dominio sovietico.

Nella città partenopea Màrai visse per quattro anni, dal 1948 al 1952, in totale isolamento. Non solo egli temeva di cadere vittime dei servizi segreti dell’Est, data la sua enorme fama nell’Ungheria degli anni Trenta e Quaranta, ma egli era schivo per natura e non amava le frequentazioni mondane e intellettuali. Non fu tuttavia estraneo alla cerchia di Benedetto Croce, che avrebbe poi accolto un altro esule dell’Est, lo scrittore polacco Gustaw Herling.

L'isolamento non gli impedì di amare profondamente la città, che gli ispirò persino un romanzo, "Il sangue di San Gennaro", vivida descrizione di una società che finì per affascinarlo e che rimpianse quando si trasferì a New York per stare vicino al figlio adottivo Jànos, un orfanello trovato nel 1945 fra le macerie di Budapest distrutta dalla battaglia finale con i tedeschi in rotta.

"Il Sangue di San Gennaro" fu pubblicato in Germania “a spese dell’autore”, triste formula per uno scrittore che aveva venduto libri a centinaia di migliaia in patria e nei territori di lingua ungherese. Màrai intratteneva con la Germania rapporti di lavoro. Per garantirsi un minimo di reddito, essendogli precluso il godimento dei diritti dei tanti romanzi di successo che aveva scritto, collaborava con l'emittente di Monaco di Baviera Radio Europa libera producendo pezzi giornalistici. Inoltre una riduzione televisiva di "Le candele che si consumano fino in fondo" (titolo originale di "Le braci") fu prodotta nel 1967 per la televisione tedesca-occidentale.

A Napoli lo scrittore, con la bellissima moglie Lola, risiedette in via Posillipo, fino a quando si trasferì a New York. In America i Màrai restarono qualche anno, aspettando che Jànos si laureasse (in ingegneria). Nel 1968, quando il ragazzo ormai maggiorenne fu in grado di badare a se stesso, Lola e Sàndor tornarono in Italia.
Questa volta a Salerno. E si stabilirono in via Trento, al numero 64, in un appartamento ereditato dallo stesso zio che li aveva accolti a Napoli vent’anni prima.

Qui vissero per undici anni, fin quando nel 1979 , ormai entrambi molto anziani, si decisero a ricongiungersi con il figlio nel frattempo trasferitosi a San Diego, in California. Sette anni dopo, di nuovo la sventura si abbatte' su Màrai. La moglie adorata mori' e, prima che egli potesse riprendersi dal lutto, l’anno successivo, anche Jànos scomparve, colpito da infarto. Lo scrittore visse altri due anni e, nel 1989, vecchio ma sano, decise di affrettare i tempi e si sparo' alla tempia.

Spari' così , nel più totale anonimato, uno scrittore famosissimo nella Grande Ungheria, un territorio linguistico e culturale ben più vasto dei confini internazionali dell’odierno stato magiaro, che costituiva "magna pars" della intera Mitteleuropa, insieme con l’Austria. Con lui sembrava dovesse scomparire un mondo.

E invece, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 (Màrai si era suicidato qualche mese prima), la sua fama inizio' già a ricostituirsi, dopo quarant’anni di silenzio e di libri all’indice, Il primo “scopritore” fu un archivista della biblioteca Szèchenyi, Istvàn Fried. Uomo coltissimo, tenuto lontano della cattedra per le sue idee eterodosse, nei lunghi anni trascorsi a contatto con i libri, anche quelli “reclusi” nei reparti proibiti, venne in contatto con l’immensa opera di Màrai, rimanendone affascinato, Salito in cattedra, insegna attualmente letteratura comparata all’università di Szeged.

Egli diffuse, prima con le lezioni ai suoi allievi, poi con articoli e saggi, la “notizia” dell’esistenza di un grande scrittore ungherese preso tra le nebbie del tempo e dell’ideologia. Da qui alla ripubblicazione il passo fubreve.
E così, avventurosamente, torna alla luce un uomo solitario, schivo, perseguitato in vita dalla fama di dandy; di bel tenebroso che tanto successo gli assicurò presso il pubblico femminile.
Attento, nei suoi romanzi, all’individuo e al suo destino, lontano da ogni passione politica ma costretto duramente a subirla, Màrai concepisce l’ideologia con lo stesso rassegnato spirito di sopportazione con cui i greci accettavano i verdetti del fato. In questo simile a un altro grande contemporaneo, Albert Camus, anch’egli “scomunicato” dai letterati dell’establishment (ma per sua fortuna residente al di qua della cortina di ferro). Màrai rappresenta al meglio l’homo europeus annichilito dalla forza della Storia così come incarnata negli stati totalitari.

(Estratto da un articolo di Gianni Caroli)